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lunedì 1 agosto 2016

Le sacrosante pretese laiche nei confronti delle religioni

Questo è l'ultimo post prima della pausa estiva. Dopo le vacanze il blog si trasferisce su www.animabella.it, con una veste grafica completamente rinnovata.
Buona estate a tutti


Dopo ogni attentato di matrice islamista si moltiplicano, da un lato, le richieste alla comunità islamica di dissociazione e, dall'altro, le reazioni di molti musulmani che, stanchi, rimandano al mittente questa richiesta, non sentendosi in dovere di dissociarsi più di quanto non debba fare qualunque altro cittadino. Un “balletto” di richieste e reazioni che sta diventando quasi stucchevole. E poi: che cosa si chiede esattamente ai musulmani? Di dissociarsi da cosa? Dalla violenza terrorista? Se è tutto qui, mi pare francamente una richiesta un po' scontata, alla quale sono certa che aderisca senza remore la stragrande maggioranza dei musulmani. Ma è anche una richiesta insufficiente.

Dopo l'agghiacciante uccisione di padre Hamel le comunità islamiche di Francia e di altri paesi europei, Italia inclusa, hanno fatto un passo in più: hanno invitato i loro fedeli a recarsi domenica a messa per testimoniare con la loro presenza la loro solidarietà e fratellanza. Un gesto di grande forza e impatto simbolico, e di questi tempi i simboli hanno una potenza straordinaria. Un gesto certamente apprezzabile dunque. Eppure.

martedì 26 luglio 2016

I NUOVI CITTADINI E LA PROMESSA TRADITA DELL'EGUAGLIANZA


Diciamo la verità, quando si è saputo che lo stragista di Monaco non era un terrorista islamico, la Germania ha tirato un sospiro di sollievo. Sollievo durato pochissimo, giusto il tempo di apprendere la notizia dell'attentato di Ansbach, che questa volta pare invece avere dei legami (quanto forti e reali è ancora da verificare) con la galassia del terrorismo islamista. E, anche se statisticamente il rischio di essere coinvolti in un attentato in Europa è ancora infinitamente inferiore a molte altre cause di mortalità, la tensione è altissima.

La vicenda di Monaco però non merita di essere messa in secondo piano “solo” perché non si trattava di terrorismo islamico, essendo invece molto significativa ed emblematica.
Chi ha sparato nel centro commerciale della capitale bavarese era infatti “solo” un ragazzo di 18 anni tedesco-iraniano, nato e cresciuto in Baviera, con evidenti problemi esistenziali e psichici, che aveva maturato molto odio nei confronti dei suoi coetanei perché vittima di bullismo. C'è chi ha tentato di aggrapparsi a quelle origini iraniane per spiegare il suo gesto. E in effetti forse una relazione con la strage ce l'hanno, ma non nel senso in cui vorrebbero gli xenofobi nostrani. Il profondo disagio in cui viveva Ali David Sonboly è comune a moltissimi “nuovi cittadini”, giovani con origini stranieri, immigrati di seconda generazione o ragazzi con un “Migrationshintergrund”, con un “retroterra di migrazione”, come dicono i tedeschi. Ragazzi spesso nati in Europa o comunque arrivati quando avevano pochi anni, e cresciuti nella tensione fra il mondo di provenienza, che continua ad avere nella loro formazione un peso soprattutto simbolico enorme, e quello in cui di fatto vivono e al quale però non sentono di appartenere integralmente.

giovedì 7 luglio 2016

IL RAZZISMO STRISCIANTE CHE HA UCCISO EMMANUEL


La violenza razzista è un'altra di quelle forme di violenza che affonda le sue radici nella cultura e nell'immaginario collettivo. Così come non basta condannare la violenza maschile contro le donne e i femminicidi senza mettere in discussione l'impianto ancora patriarcale, misogino e sessista del nostro sistema sociale e culturale, così non basta oggi indignarsi per l'omicidio razzista di Emmanuel Chidi Namdi senza rendersi conto della xenofobia strisciante che pervade la nostra società e che costituisce il terreno fertile in cui poi simili aggressioni possono aver luogo.

Il pregiudizio razzista è ancora molto più radicato e diffuso di quanto forse siamo disposti ad ammettere e, insieme al sessismo e all'omofobia, trova troppo spesso casa nelle curve del tifo calcistico e giustificazione neanche troppo velata nelle parole al vento di personaggi che non sanno neanche cosa vuol dire responsabilità politica. Questo il commento di Salvini: 



Salvini concede, bontà sua, che “il ragazzo nigeriano non doveva morire”. Ma poi non rinuncia a un attacco senza senso e senza nesso all'“immigrazione clandestina fuori controllo”, addirittura “all'invasione organizzata” che non porterà nulla di buono. Come questo omicidio, sembra di poter concludere. Omicidio che dunque sarebbe, nella contorta logica salviniana, una conseguenza – seppure deprecabile, per carità – della presenza di Emmanuel qui. Insomma, se te ne stavi a casa tua, non sarebbe successo nulla. È esattamente la stessa mentalità dell'assassino. Ed è esattamente lo stesso meccanismo di colpevolizzazione della vittima che si innesca nei casi di violenza di genere e omofoba: ok, condanniamo la violenza, ma...

mercoledì 29 giugno 2016

La sovranità sul corpo delle donne


La cosa più desolante di questa triste storia di violenza di gruppo su una ragazza di sedici anni è che probabilmente davvero quei ragazzi non si sono resi conto di quello che hanno fatto. Il che non attenua di nulla la loro colpa, semmai la aggrava. Ma aggiunge anche una responsabilità collettiva. La differenza fra la violenza contro le donne e altre forme di violenza è che la prima gode ancora di un certo tasso di accettazione culturale e sociale, o quantomeno può contare su un'atmosfera culturale che la facilita.

E i commenti di familiari e amici dei cinque aggressori lo confermano. Che ci faceva sola di notte, ma come andava vestita, ha inguaiato quei ragazzi, è stata solo una bravata... tutte affermazioni che segnalano una spaventosa carenza di consapevolezza del diritto di ogni singolo individuo su questo pianeta – qualunque sia il suo sesso, comunque vada vestito/a, in qualunque modo si comporti – di disporre del proprio corpo.

Ogni volta che una donna viene violentata, ma anche ogni volta che a una donna si dice cosa deve o non deve fare, cosa è opportuno o no, come deve o non deve andare vestita, cosa le si addice o meno, cosa la rende più o meno femminile e così via la si sta trattando come un essere umano di second'ordine, subordinato al maschio, e le si sta negando il diritto fondamentale alla piena sovranità sul proprio corpo. Sovranità che è il principio fondamentale su cui si fondano i diritti umani e che, pare, ancora oggi alle donne non sia stato completamente riconosciuto.